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La parola runa deriva, pare, dall'antico termine tedesco Run, che a sua volta deriverebbe da Runar. Secondo i filologi la radice Ru dei due termini è quasi certamente indoeuropea e significa segreto, misterioso.
Il termine Runa, nell'antico Germanico, aveva invece il significato di "bisbiglio" o "sussurro", e probabilmente stava a indicare la trasmissione orale e segreta della cultura. Diverse interpretazioni etimologiche hanno confermato il valore della parola, trovando anche riferimenti in lingue di altre culture, spesso molto lontane.
L'alfabeto runico è composto prevalentemente da segni molto schematici e dominati da un'impostazione generalmente ad "angolo vivo" (tipica di una scrittura prodotta per essere tracciata su un supporto di pietra).
E' difficile stabilire una precisa cronologia di questa scrittura: si passa da interpretazioni che ne pongono le prime tracce alla fine del Neolitico, ad altre che invece situano la sua affermazione in un periodo non anteriore al II-III secolo d.C.
Tradizionalmente sono legate alla cultura vichinga, sappiamo però che quando queste genti apparvero sul palcoscenico della storia le rune erano già diffuse. Questi enigmatici segni sono stati ritrovati prevalentemente in Norvegia, Svezia e Danimarca; ma non mancano esempi più rari in Germania, Francia e Spagna.
La scrittura runica è venuta in contatto con altre provenienti dal sud Europa, forse dall'area italica. Secondo alcuni studiosi, vi sarebbero legami con l'alfabeto etrusco.
Sono note due fasi dell'alfabeto runico: quella arcaica che propone 24 segni ed è databile al II secolo e quella vichinga, più recente, nella quale i segni furono ridotti a 16.
Dalla fase arcaica sono pervenuti pochi testi, nella gran parte indecifrabili e contenenti frasi probabilmente connesse a pratiche protettive. Più numerose sono le testimonianze appartenenti alla fase vichinga, che propone molti testi relativi a fatti e avveniimenti della vita quotidiana.
Quanto appassiona gli studiosi, più ancora del problema filologico, è la curiosità di conoscere a fondo le motivazioni che spinsero gli antichi abitanti dell'estremo nord a considerare le rune uno strumento magico.
La tradizione narra che fu Odino in persona a portare agli uomini la scrittura runica: il sovrano del pantheon nordico, come Toth per gli Egizi, diffuse tra pochi adepti il divino segreto della scrittura. Nell'Avamal si legge:
"Io so che da un albero al vento pentetti, per nove intere notti, da una lancia ferito e sacrificato a Odino, io a me stesso, su quell'albero che nessuno conosce dove dalle radici s'innalzi. Pane nessuno mi dette, né corni per bere; io in basso guardai: trassi le rune, dolente le presi: e ricaddi di là."
Ancora oggi, nonostante le ipotesi suggerite dall'archeologia, si indicano le rune come strumento per evocare gli spiriti, per praticare la magia o per guarire le malattie.
I caratteri runici scelti a caso possono dare risposte oggettive, offrendo un'opportunità divinatoria per molti aspetti simile a quella dei tarocchi. Secondo alcuni esoteristi siamo però a un livello di utilizzo che scaturisce da un decadimento del primitivo ruolo esoterico, oggi ormai in gran parte perduto, che era soprattutto legato ai druidi e alla loro facoltà di viaggiare tra i mondi e di entrare in contatto con gli dèi.

Aricolo prelevato da:  majuro

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